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L'inizio di tutto


di Perseo29
27.07.2026    |    335    |    0 8.0
"» «Quale?» «Se durante questo pranzo ha controllato davvero la conversazione..."
Il maître accompagnò **L. R.** al tavolo vicino alla vetrata.

Era arrivato in anticipo, come sempre.

L'abitudine di controllare ogni dettaglio lo aveva portato lontano negli affari. Le persone erano prevedibili. Bastava osservarle abbastanza a lungo.

Quando la porta del ristorante si aprì, capì immediatamente che quella convinzione sarebbe stata messa alla prova.

**S. M.** entrò senza esitazioni.

Non cercò il suo tavolo. Sembrava sapere già dove trovarlo.

I loro sguardi si incontrarono prima ancora che lei gli fosse vicina.

Per un istante nessuno sorrise.

Era una forma silenziosa di studio reciproco.

«**L. R.**?»

La sua voce era calma, morbida, ma possedeva una sicurezza che non chiedeva conferme.

Lui si alzò.

«**S. M.**.»

Le loro mani si incontrarono.

La stretta fu composta, professionale.

Eppure qualcosa non quadrava.

Le dita si separarono con una lentezza quasi impercettibile, come se entrambi avessero avuto la stessa identica esitazione.

Lei fu la prima a sedersi.

Non abbassò mai lo sguardo.

Questo lo colpì più di quanto fosse disposto ad ammettere.

La conversazione iniziò parlando di investimenti, mercati e strategie. Frasi precise. Dati. Obiettivi.

Ma ogni tanto uno dei due interrompeva il filo del discorso con una domanda personale, apparentemente innocua.

«Le piace avere il controllo?»

Lui sollevò appena un sopracciglio.

«È una domanda da consulente o da psicologa?»

«Da osservatrice.»

Silenzio.

Lei bevve un sorso d'acqua senza distogliere gli occhi da lui.

«Non ha risposto.»

«Perché la risposta dipende da chi ho davanti.»

Un sorriso appena accennato sfiorò le labbra di **S. M.**

«Diplomatico.»

«Prudente.»

«No.»

Fece ruotare lentamente il calice.

«Prudente sarebbe stato cambiare argomento.»

Quelle parole gli provocarono un'impercettibile tensione alle spalle.

Era raro sentirsi letto con tanta precisione.

Lui era abituato a guidare le conversazioni.

Con lei aveva la sensazione opposta.

Ogni domanda sembrava costruita per costringerlo a mostrarsi senza che lei rivelasse quasi nulla di sé.

«Sta cercando di mettermi a disagio?»

«Ci sto riuscendo?»

Lui sorrise.

«Non ancora.»

«Peccato.»

La risposta arrivò con naturalezza.

Troppa naturalezza.

Per la prima volta **L. R.** si rese conto di aspettare ogni sua frase con un'attenzione insolita.

Non per il significato.

Per il modo in cui la pronunciava.

Per le pause.

Per quella calma che sembrava nascondere qualcosa.

Quando arrivò il vino, il cameriere interruppe il dialogo.

Nessuno dei due parlò.

Il silenzio diventò quasi tangibile.

Lei osservò la città oltre la vetrata.

«Le persone credono che il desiderio nasca da ciò che vedono.»

Poi tornò a guardarlo.

«Io penso che nasca da ciò che immaginano.»

Lui rimase immobile.

Era una frase semplice.

Eppure sembrava rivolta soltanto a lui.

«Sta sempre così attento alle parole?»

«Solo quando qualcuno sceglie con cura quali usare.»

Lei sorrise.

Questa volta era un sorriso autentico.

Breve.

Pericoloso.

Il pranzo terminò con il contratto praticamente definito.

Restavano soltanto le firme.

Fuori dal ristorante il sole era accecante.

Si fermarono uno di fronte all'altra.

«Allora... al prossimo incontro», disse **L. R.**

Lei annuì lentamente.

«Sì.»

Fece un passo indietro.

«Ma la prossima volta vorrei sapere una cosa.»

«Quale?»

«Se durante questo pranzo ha controllato davvero la conversazione... oppure ha soltanto creduto di farlo.»

Lo lasciò con quella domanda.

Nessun sorriso.

Nessun gesto d'addio.

Solo uno sguardo destinato a restargli impresso molto più a lungo di qualsiasi stretta di mano.

Mentre la osservava allontanarsi, **L. R.** comprese che il vero conflitto non era nato tra lui e **S. M.**

Era nato dentro di lui.

E aveva la sgradevole, irresistibile sensazione che fosse appena cominciato.
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